Il problema
Un’azienda con un gestionale che non le bastava più. Non rotto — semplicemente costruito per il caso medio, mentre il loro modo di lavorare aveva una decina di punti che il caso medio non contempla. Il risultato è quello di sempre: metà del processo dentro il gestionale, metà in fogli di calcolo che nessuno controlla.
Cambiare gestionale è una decisione che fa paura, e a ragione: ci sono dentro anni di anagrafiche, di documenti, di storia.
Il vincolo
Un progetto così sbaglia in un punto solo, e sempre nello stesso: i requisiti. Un requisito capito male al mese uno costa poco; lo stesso requisito scoperto al mese otto costa il doppio del tempo che è servito a scriverlo. Ed è l’unico costo che nessuna bravura tecnica recupera.
E i dati vecchi non si buttano: vanno letti dal sistema che c’era, che parla una lingua sua e non ha nessuna voglia di collaborare.
Come l’ho risolto
Il codice è venuto dopo. Prima i requisiti, scritti e approvati; poi le specifiche, schermata per schermata, dato per dato, comportamento per comportamento. Trecentoquarantotto commit di sole specifiche prima di una riga di applicazione.
Non è tempo in più: è il tempo in cui cambiare idea non costa niente. Dopo, ogni ripensamento costa sviluppo. E quando finalmente si scrive il codice, non si discute più di cosa fare — si fa.
Poi la parte che nessuno racconta: leggere i dati del vecchio sistema e portarli dentro senza perdere niente. E, negli anni, l’aggiunta di quello che prima non esisteva — compreso il motore che risponde alle domande in italiano.
Quello che ne è uscito non è rimasto un progetto su misura per uno: è diventato IlGestionale.Online, e oggi lo usano cinque aziende a canone. Anagrafiche, prodotti e cataloghi, magazzini, documenti, sincronizzazioni, reportistica e cruscotti — moduli che si accendono uno alla volta, invece di un blocco unico da prendere o lasciare.