All’inizio si mette insieme quello che c’è. Poi smette di bastare, e quello è il momento in cui si rischia di più.
Il problema
Quasi nessuno parte da zero. Si parte incollando servizi esterni già pronti, e funziona: finché l’azienda è piccola è la scelta giusta, perché costa poco e si monta in fretta.
Poi l’azienda cresce e quello smette di rispondere. Non tutto insieme: un pezzo alla volta, e ogni pezzo che cede è un pezzo su cui intanto ci lavora qualcuno.
Il vincolo
Chi si trova lì non può fermarsi per rifare. Ha già clienti, ha già dei professionisti che aprono quel software la mattina, e ha già preso degli impegni. La riscrittura totale non è un piano: è una scommessa.
Come lo affronto
Sostituendo un pezzo alla volta, nell’ordine in cui contano. Prima quello che non può fermarsi, poi il resto quando i primi sono già al sicuro.
È lo stesso schema che uso su un sistema del 2010 e su una startup del 2025 — quindici anni di distanza, e la mossa è la stessa: non sostituire mai tutto insieme.
La prova
Una piattaforma sanitaria partita esattamente così, da uno stack di servizi esterni collegati fra loro. Oggi la usano fra 150 e 200 professionisti, e non si è mai rotta. Anche l’infrastruttura è passata dallo stesso schema: il servizio esterno di videochiamata sostituito da uno autogestito, senza interrompere niente.
Ruolo: architetto e sviluppatore.
Come si lavora
Iterazioni brevi, con un perimetro che si muove. Su un prodotto recente, quattordici rilasci in quarantasette giorni.
Le prove, per esteso
Il primo passo è una chiacchierata, non un preventivo.
Raccontami il problema. Se posso risolverlo te lo dico, e se non posso ti dico chi può.